Mosè salvato dalle acque

«È un bambino degli Ebrei» (Es 2,6). La sorte avversa riservata agli Ebrei dal faraone di Egitto era segnata. La sciagura della strage innocente dei figli maschi, in un certo senso precede quello che avverrà con la nascita di Gesù. Questa volta il rischio grande del sovrappopolamento del popolo ospite fa paura per le ritorsioni che ci possono essere a causa dei lavori forzati e la potenza numerica degli ebrei ridotti a schiavi. L’inesorabile decreto di morte viene infranto da una sorprendente novità regolata e scandita dalla Provvidenza di Dio. Un bambino viene affidato alle sacre acque del Nilo, composto in un cestello cosparso di bitume e guardato a vista dalla sorellina più grande. La figlia del faraone scesa a farsi il bagno si avvede di questa presenza tra i giunchi, attratta dal pianto del bambino e dalla sua bellezza. Comprende che si tratta di un figlio di Ebrei. L’intelligente complicità della sorella che stava lì a guardare e l’azzardata proposta alla figlia del faraone di trovare lei stessa una donna ebrea in grado di allattarlo, fa il resto. Viene chiamata la madre stessa del bambino che, regolarmente stipendiata, dà il suo latte al figlio fino allo svezzamento. A questo bimbo viene imposto il nome di «Mosé», che significa salvato dalle acque. La figlia del faraone lo ritiene suo figlio e lo fa crescere nell’agiatezza conferendogli autorità, onore e potere. La tragedia del popolo ebreo, si avvia verso la soluzione finale che consisterà nella fuga dall’Egitto, nel ritorno sui passi dei padri nella Terra Promessa lungo un itinerario di 40 anni e di molteplici vicissitudini, guidato proprio da Mosé che si rivelerà condottiero di valore, obbediente al Signore nonostante alcuni vacillamenti di fede. Il Signore che regola e guida la storia, fa trovare sempre la soluzione anche alle situazioni più dolorose e disastrose, indirizzando il suo popolo verso il futuro, ieri come oggi. P. Angelo Sardone

L’oppressione in Egitto

«Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia» (Es 1,22). Il secondo libro della Bibbia, l’Esodo, si apre col quadro angosciante della situazione del popolo di Israele in Egitto, vittima di un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe. Benedetto da Dio, il popolo si era sviluppato grandemente e ciò destava preoccupazione nelle autorità egiziane che vedevano così un grave rischio e pericolo di supremazia. Per questo gli Ebrei erano costretti a lavori pesanti da schiavi, producendo mattoni a non finire per la costruzione delle due città di Ramses e Pitom. Le condizioni lavorative erano davvero disumane ed il sopruso faraonico faceva sentire sempre più il suo peso. Ciò era dettato dalla paura di essere sopraffatti da questo popolo che con il suo numero straordinario di componenti poteva ardire al comando dell’intero Egitto. Il faraone si risolse allora ad emanare una determinazione radicale con l’intento di frenare la nascita incalzante di nuove vite ebree. Comandò pertanto in maniera perentoria di uccidere ogni maschio nato dagli Ebrei gettandolo nel fiume Nilo e di lasciare in vita le femmine. Questo tentativo di bloccare la proliferazione ebrea funzionò relativamente. Il disegno di Dio prevedeva proprio da questa restrizione una evoluzione straordinaria del popolo attraverso un bimbo, salvato dalle acque del grande fiume, per farlo diventare il condottiero verso la liberazione e la presa definitiva della Terra Promessa. La storia di Dio e dei suoi rapporti con gli uomini comprende vicende dolorose, la potente sopraffazione degli egiziani, l’ingiunzione di morte per sopprimere nuove vite, ma poi, come in ogni tempo, riserva sviluppi provvidenziali straordinari. Questo succede anche oggi. P. Angelo Sardone

La Madonna del Monte Carmelo

«Ecco una nuvoletta, come una mano d’uomo, sale dal mare» (1Re 18,44).

Oggi si ricorda la memoria della Beata Vergine Maria del monte Carmelo, molto cara alla devozione popolare e mariana universale. Quest’anno la prevalenza della domenica non permette la celebrazione liturgica. La singolarità della memoria riporta innanzitutto il soggiorno del profeta Elia sul monte Carmelo dopo la sconfitta dei profeti di Baal e la visione della piccola nuvola, come una palma di mano d’uomo che si levava dal mare e preannunziava la pioggia dopo tre anni di terribile siccità. Gli esegeti ed i mistici hanno visto in quella piccola nube un’immagine della Vergine Maria che, nel mistero dell’Incarnazione di Cristo nel suo grembo, diede vita e fecondità al mondo. Questo fu anche il motivo per il quale su quello stesso monte, il cui significato etimologico è «giardino», nell’XI secolo si radunarono alcuni eremiti per vivere la sequela di Gesù Cristo e diedero origine all’Ordine dei Carmelitani. Tra le loro celle costruirono una chiesetta dedicata alla Madonna: la scelsero come patrona, le promisero il loro fedele servizio e si definirono «Fratelli della Beata Vergine», vera bellezza del Carmelo.  Secondo la tradizione l’anno 1251 la Madonna apparve a S. Simone Stock, il   Superiore generale dei Carmelitani, gli consegnò lo scapolare dell’Ordine e gli promise un singolare privilegio: «chiunque muore portandolo addosso, non patirà il fuoco eterno dell’inferno e sarà liberato dal purgatorio, il primo sabato dopo la morte». La spiritualità carmelitana ha generato nella Chiesa un gran numero di santi e sante, da S. Teresa d’Avila, S. Giovanni della Croce, riformatori dell’Ordine a S. Teresina del Bambino Gesù e S. Teresa Benedetta della Croce (Edit Stein). Da essa ha preso vita il Terz’Ordine sia maschile che femminile. S. Annibale M. Di Francia che aveva un grande amore per la Madonna del Carmine divenne Terziario Carmelitano il 30 agosto 1889 a Napoli prendendo il nome di fra Giovanni Maria della croce ed indossando lo scapolare. Trasfuse poi questo spirito mariano nelle sue Opere e volle che le suore Figlie del Divino Zelo avessero l’abito color caffè proprio in onore della Madonna del Carmine. Auguri a tutti coloro che portano il nome di Carmine, Carmelo, Carmela e derivati. P. Angelo Sardone

La morte di Giacobbe

«Io sto per essere riunito ai miei antenati: seppellitemi presso i miei padri nella caverna nel campo di Macpela di fronte a Mamre, nella terra di Canaan» (Gn 49,29-30). Dopo aver benedetto tutti i suoi figli, ciascuno con una particolare benedizione, consapevole di essere alla fine della sua vita, Giacobbe comunicò la sua ultima volontà: essere seppellito non in Egitto ma nella terra di Canaan, nella caverna che Abramo aveva acquistato dagli Ittiti con il campo di Efron, come proprietà sepolcrale. Là, infatti, erano stati seppelliti Abramo e Sara, Isacco e Rebecca e la sua prima moglie Lia. La terra promessa diventava ancora una volta così il luogo della dimora dei patriarchi in vita ed in morte. Secondo il costume tipico egiziano, Giuseppe, fece imbalsamare il corpo di suo padre e ciò avvenne nell’arco di 40 giorni. Si passò quindi ai giorni di lutto, settanta, così come era riservato in Egitto ai faraoni e alle alte cariche dello stato. Al termine Giuseppe chiese al faraone di poter trasferire la salma di suo padre nella terra di Canaan, dal momento che lì era già pronta e disponibile la tomba. Un interessante commento del grande biblista, il cardinale Ravasi, descrive l’ultimo imponente tragitto, con la presenza dei familiari, un cospicuo servizio d’ordine, fino alle soglie della terra promessa, dove seguono sette giorni di lutto e l’inumazione della salma nella grotta di Macpela, il sepolcro dei patriarchi. Ciò in un certo senso preannunzia il ritorno del popolo di Israele dopo la parentesi egiziana di 430 anni. Anche Giuseppe muore, all’età di 110 anni, viene imbalsamato ed inumato in un sarcofago in Egitto. Così si chiude la Genesi, il primo libro della Scrittura. P. Angelo Sardone

Peregrinatio di S. Annibale M. Di Francia a Banzi (Pz)

Dal 5 al 9 luglio 2023 si è svolta a Banzi (Pz) nella parrocchia di S. Maria appartenente alla diocesi di Acerenza (Pz) la PEREGRINATIO delle reliquie di S. Annibale M. Di Francia. L’iniziativa caldeggiata dal presidente degli Ex-Allievi Rogazionisti della sezione di Trani, il dr. Luigi Vallone, ha finalmente realizzato il desiderio e la stimolazione più volte espressi da P. Angelo Sardone, animatore provinciale dell’Unione di Preghiera per le Vocazioni. La peregrinatio è un ottimo mezzo per diffondere la conoscenza della preghiera e dell’azione per le vocazioni attraverso la testimonianza concreta della vita e dell’opera di S. Annibale. La disponibilità del parroco don Vincenzo Agatiello e dell’amministrazione comunale, nonché la collaborazione attiva di Annamaria e Franchino, ex-allievi locali, sono stati elementi preziosi per la realizzazione di una mini missione, efficace e coinvolgente. Le foto documentano l’itinerario e le attività delle quattro giornate.

Giuseppe di Egitto

«Io sono Giuseppe, vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto. Non vi rattristate e non vi crucciate: Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita» (Gn 45,5). La mancanza di grano nella terra di Canaan costrinse Giacobbe a mandare i suoi figli in Egitto per comprarvene. Il viaggio, la permanenza, la richiesta, assumono tutti i contorni di una sceneggiatura drammatica, soprattutto per il fatto che Giuseppe era stato incaricato della vendita. Sin dal primo impatto con i fratelli, egli li riconobbe e giocò in maniera astuta le sue carte non tanto per umiliarli e per far loro pagare l’oltraggio che aveva ricevuto, ma per farli ravvedere e purificarli da quell’orrendo delitto che avevano compiuto. Il povero padre, infatti, lo credeva sbranato da una bestia feroce, mentre invece in Egitto, per il dono ricevuto da Dio di saper interpretare i sogni e condurre un’amministrazione saggia e matura, Giuseppe dominava senza contrasto alcuno. Accertatosi che il padre era ancora in vita e con lui anche il fratello più piccolo Beniamino, dopo averli forniti di grano li rimandò indietro intimando loro di condurre da lui l’ultimo fratello. Così avvenne. Ancora una volta infierì contro di loro: fece inserire nascostamente in un sacco di grano la sua coppa d’argento ed il denaro che avevano versato per l’acquisto del grano e mentre erano sulla via del ritorno li fece rincorrere accusandoli di essere ingrati e ladri. Alla fine si fece riconoscere. Il tono patetico ed avvincente del racconto tocca qui il suo culmine di emozione e coinvolgimento perché rivela il vero motivo per il quale Giuseppe era stato venduto e finito in Egitto: perché avessero salva la vita. P. Angelo Sardone

Buon compleanno, sant’Annibale!

«Il dì 5 luglio 1851 ad un’ora e mezza di sera, nascita di mio figlio Annibale». Così, nei suoi appunti di famiglia annota il cavaliere Francesco Di Francia, papà di S. Annibale. La casa natia si trovava a Messina nel rione Portalegni, in Via Gesù e Maria delle Trombe, odierna Via San Giovanni Bosco. Il nome, non comune nella sua famiglia, fu imposto dal padre in memoria del marchese Annibale Bonzi di Bologna, suo intimo amico. Era il terzo di quattro figli nato da Anna Toscano dei marchesi di Montanaro, donna di modestia singolarissima, con la quale il cavaliere si era unito in matrimonio il 2 giugno 1847 nella parrocchia di San Lorenzo in Messina. L’anno successivo, il 23 ottobre 1852, il Cav. Francesco morì improvvisamente, lasciando tre figli e la moglie di appena 22 anni, al quinto mese di gravidanza del quarto figlio. Quando quest’ultimo nacque, non potendo prendersene cura, ella fu costretta ad affidare il piccolo Annibale ad una vecchia zia che viveva sola, in una stanza che dava in un atrio cieco, privo di aria e di luce. Della madre ricorderà le lagrime versate mentre lo vegliava nel lettuccio di casa dove era tornato anch’egli contaminato, a seguito della morte della zia per il colera il 1854. Questa triste esperienza di orfano e di segretato suo malgrado in condizioni non affatto consone ad un bambino di 15 mesi, S. Annibale la porterà sempre incisa nel suo cuore e sarà anche la molla che farà scattare dentro il suo cuore e nella mente un amore speciale ed il desiderio di prendersi cura degli orfani e dei bambini abbandonati. Da grande, sacerdote ed educatore, affermerà che «la pena che più tormenta l’orfano e il derelitto è la mancanza di affetto e l’Istituto, per quanto si sforzi di sostituire la famiglia, rimane sempre un surrogato da rendere quanto più conforme alla realtà familiare». Buon compleanno S. Annibale! P. Angelo Sardone

La separazione di Abramo da Lot

«Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli. Sepàrati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò a destra» (Gn 13,8).
Nella sua peregrinazione verso la terra a lui promessa da Dio, Abramo si era fatto carico del nipote, Lot, figlio di suo fratello Aran morto nella terra natale prima ancora di spostarsi verso Carran. A seguito del comando di Dio di lasciare questa terra per inoltrarsi nel cammino e raggiungere quella promessa, il patriarca aveva condotto con se anche il nipote che aveva la sua età, la sua personalità ed i suoi averi. I beni che accompagnavano il loro peregrinare erano fondamentalmente le greggi che costituivano il cespite di sopravvivenza per il latte la lana, la carne, uniti a tende ed altre ricchezze. Più che da loro, qualche controversia era suscitata dai mandriani. Per evitare discordie familiari Abramo, alle soglie della nuova terra, propone al nipote di separarsi invitandolo a scegliere il territorio che desidera e che si profilava davanti ai loro occhi abbastanza ampio. Lot scelse la valle del Giordano, molto ricco di acque. Abramo si stabilì invece alle Querce di Mamre. Una discordia familiare viene immediatamente attutita e risolta con la scelta libera proposta dal più grande, per non andare incontro a divergenze e difficoltà derivanti facilmente dal possesso dei beni e dalla loro amministrazione. La saggezza di Abramo e la scelta di quanto rimaneva, a seguito della scelta del nipote, viene compensata abbondantemente da Dio che gli mostra la vastità del territorio e gli dona la sicurezza di una discendenza grande come la polvere della terra. L’affidamento a Dio ed una intelligente generosità, premia sempre, anche nei contesti odierni, quando sia in famiglia che oltre, si devono fare scelte che apparentemente potrebbero sembrare anche sfavorevoli. P. Angelo Sardone

La benedizione ad Abramo

«Ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione» (Gn 12,2). La chiamata di Abramo alla fede è contrassegnata dalla benedizione di Dio. Essa comunica la vita, la forza e l’autorità. Nel Vecchio Testamento la benedizione è considerata una comunicazione di Dio che è il solo che può benedire. Gli uomini non benedicono se non nel desiderio e nella preghiera perché Dio benedica. L’effetto della benedizione è prima di tutto la fecondità di uomini, animali, raccolti. Furono benedetti i patriarchi a cominciare da Noè ed Abramo. Quest’ultimo diventerà una fonte stessa di benedizione per tutti i popoli che chiedono a Dio di benedirli proprio come ha benedetto Abramo. Quando Dio benedice la benedizione non può essere più ritratta né annullata. Dio, a sua volta, viene benedetto nella preghiera ebraica, soprattutto nei Salmi, che esprimono gratitudine a Lui che è forza e potenza. Nel caso di Abramo la benedizione pronunziata da Jahwé a Canaan nel corso della sua prima comunicazione, è sinonimo di prosperità, potenza, promessa di una grande posterità. Ciò premia il grande atto di fede che il patriarca ha compiuto quando ha rotto i suoi legami terreni ed è partito per un paese sconosciuto. Il nome di Abramo effettivamente diventerà grande nella storia ed in lui si diranno benedette tutte le genti. Nella vita della Chiesa ogni benedizione deve tornare a lode ed esaltazione di Dio ed ordinata al profitto spirituale del suo popolo. Benedetti in Cristo, i cristiani diventano strumento di benedizione per gli altri, quando, depositari della sapienza di Dio si servono delle cose create, in modo che il loro uso porti a cercare, amare e servire fedelmente Dio. P. Angelo Sardone

Le confessioni di Geremia

«Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere» (Ger 20,11). Le cosiddette «confessioni» del profeta Geremia sono allo stesso tempo drammatiche ed emblematiche. Sono dette così in analogia alle «confessioni» di S. Agostino e non hanno paralleli nella letteratura profetica. Esprimono la relazione profonda con Dio e tutti i risvolti con i suoi contemporanei ai quali egli dirige la Parola di Dio spesso dura, che lo rende oggetto di derisione e di beffe. Terrore, denunzie, inganni, sono all’ordine del giorno, tanto da sfiancare la psiche ed il fisico di un uomo nativamente semplice ed umile. Vittima di persecuzioni e calunnie il profeta confessa, cioè proclama, la sua resa dinanzi a Dio dal quale si sente sedotto quasi con violenza, e dal quale si è lasciato completamente sedurre, affermando fedeltà assoluta e resa, per il fuoco divorante di zelo e di cieca obbedienza che consuma le sue ossa. Nonostante tutto Geremia confessa la sua piena fiducia in Dio e le sue parole diventano un canto di lode e di abbandono che certifica ed esalta la presenza di Dio e la sua vittoria sui nemici. La prova cui è sottoposto si traduce in affidamento della propria causa con la consapevolezza certa di essere liberato ogni volta dalle mani dei malfattori. Questa forte ed inaudita esperienza di coerenza e di fedeltà al Signore, nonostante la ripugnanza naturale dinanzi al ruolo di scomodo porta-parole, lo rende vittorioso, non per suo merito, dinanzi ad ogni avversario. Si tratta di una lezione di vita per tutti, a cominciare da noi presbiteri, chiamati non a facili ed utilitaristici accomodamenti, ma a proclamare nella verità la Parola di Dio e non le nostre limitate vedute, le supposizioni che annacquano il Vangelo e durano quanto l’erba che spunta al mattino ed avvizzisce la sera (Sal 90,6). P. Angelo Sardone